In questa sua esperienza lo scultore ripercorre i sentieri di quella teologia figurata del mondo che per secoli ha illuminato il cammino delle genti svelando le forme dell’immutabile intelletto divino; accanto al pathos sospeso degli altri umanissimi bronzi, Lucchi ci narra ora l’epopea dolorosa di Cristo e l’eroismo indomito della santità. Profeti straccioni che gridano nel deserto, Arcangeli guerrieri in trionfo, ascetici Poverelli, umili cappuccini trafitti dalle stimmate, e ancora, Madonne annunciate e con il bambino, impietose Crocifissioni: sempre il sacro e la santità hanno il volto dell’evidenza e della chiarezza, senza ambage e allusioni.
Qui, mi pare, l’artista meglio attinge, con più pienezza e convinzione, alla sua vena creativa e espressiva; qui egli dà fondo alle risorse di una tecnica che non conosce esitazioni e timori dinanzi alle soluzioni materiche e compositive più diverse.
Un empito di alta ispirazione trascorre per l’umile terracotta e il legno di tiglio, innalza a sconosciuti fulgori il bronzo e vi dà forma al dolore, alla trepidazione materna, alla febbre profetica, allo spirito di carità, alla gioia cristiana. Dallo stiacciato al rilievo e alla scultura a tutto tondo, c’è una continuità lineare di intenti e di risultati, un canto uniforme nel quale si sommano tradizione e modernità. La produzione religiosa di Lucchi si qualifica per gradi come arte sacra nel senso storico del termine: sacra e sacralizzante, forma rivelatrice del divino e fonte di conoscenza superiore.
Gustavo Cuccini
Università per Stranieri di Perugina

