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SAGGI


    Vento...


    “Tutto ciò che finisce è ...”

Simone Biagi

ITALY

“Tutto ciò che finisce è troppo breve”


Se, come diceva Forster, in letteratura non esiste un tempo cronologicamente inteso e percepito, se il tempo del romanzo è un tempo ove la vicenda o le vicende, giustapponendosi o sovrapponendosi ci danno un’idea di verosimiglianza, più che di esattezza del trascorrere dei giorni e delle ore che scandiscono le vicende dei protagonisti o, meglio, dei personaggi, diventa elementarmente percepibile quanto la natura degli atti romanzeschi eluda la possibilità di un termine ultimo quantificabile e determinato nel tempo “storico” della trama, dall’inizio alla fine.

La fine stessa della storia, romanzesca come poetica, inevitabilmente, non ha necessariamente il potere e la forza di sottolineare un’ineluttabilità temporale.

L’unica vera cronologia, a ben vedere, non può essere che quella della vita dello scrittore e la stessa cronologia della sua produzione si riassume solo in una sua contestualizzazione diacronica o sincronica a fini comparatistici e descrittivi.

L’uomo vive in un tempo reale e cronologico, ma per sua natura e per suo desiderio la determinazione che il tempo produce si di esso non viene mai espressa dalla successione dei giorni e degli anni che circoscrivono la sua esistenza e questo vale per qualunque attività e gesto compia durante la sua intera vita.

Quindi se la natura umana non è riducibile a una mera giustapposizione di atti e di parole, di desideri e di rimpianti, essa stessa inevitabilmente finisce per agire e parlare in virtù di un tempo riscattato, salvato, almeno potenzialmente.

Il concetto di tempo riscattato ben più si conforma all’idea del tempo inteso da Forster che così afferma : “Anche la vita di ogni giorno è dominata dal senso del tempo. Noi pensiamo che un certo avvenimento si produce dopo o prima di un altro : spesso questo pensiero ci occupa la mente e gran parte delle nostre parole e delle nostre azioni procedono da tale presupposto. Gran parte delle nostre parole e delle nostre azioni, si, ma non tutte ; sembra infatti che nella vita ci sia qualcos’altro oltre al tempo, qualcosa che per comodità si potrebbe chiamare “valore”, qualcosa che non si misura a minuti o a ore, ma a seconda dell’intensità : cosicché quando contempliamo il nostro passato questo non si estende all’indietro in maniera costante, ma si raggruppa su poche vette importanti ; e quando scrutiamo il futuro, questo talvolta sembra un muro, talvolta una nuvola, altre volte un sole, mai però una tabella cronologica. Né la memoria né l’attesa s’interessano molto del Padre Tempo, e tutti sono parzialmente liberi dalla sua tirannia ; può ucciderli, ma non accaparrarsi la loro attenzione, e nell’attimo stesso del fato estremo, quando l’orologio della torre raccoglie le forze per battere l’ora, forse loro stanno guardando da un’altra parte.”


Nessuna attenzione è posta dalla parola al tempo scandito dall’orologio della torre. Anche laddove l’orologio di una torre entrasse in scena, la sua semplice, estemporanea citazione non sarebbe finalizzata all’esito temporale della trama, al tempo riscattato.


“Il tempo ospita ciò che non passa ed esso stesso si prepara a non morire”


Il tempo riscattato, cioè il tempo della memoria e dell’attesa, agisce dal microtesto della parola, ma memoria e attesa, irrapresentabili in astratto, si concepiscono solo in funzione di un rapporto, passato o futuro. La memoria esiste in quanto riproposizione nel momento presente di un qualcosa che, per essere accaduto, deve per forza di cose essersi rivelato in rapporto a qualcosa o qualcuno ; l’attesa implica necessariamente la possibilità e la necessità di un rapporto e di un incontro.

Di conseguenza la temporalità della parola, la sua memoria e la sua attesa, si giustifica solo attraverso un rapporto, ovvero la parola romanzesca, la parola scritta nell’arte, è tale perché tende a salvare il tempo che contiene, che “rappresenta”.

In questo senso dialoga e assume spessore nel contesto della sua rappresentazione, come se lo spazio che la circoscrive, che la costringe a muoversi ed espandersi in correlazione con le altre fosse la premessa di quest’alterità.

Innegabilmente nella proposta e nella responsabilità di un’opera, nel suo essere comunque immersa in un tempo storico di cui “non vuole sentir ragioni” proprio perché umanamente protesa verso una temporalità riscattata e salvata di cui assume le sembianze, la parola si mette in gioco al più alto grado delle sue possibilità e aspettative.


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