Simone Biagi
ITALY
Ci siamo chiesti un mattino, con la memoria e lo sguardo intasato dalle stesse cose, gli stessi oggetti nella nostra stanza da letto, le stesse stanze nella nostra casa, colti a cercare dalla nostra finestra lo sguardo che ci salvava dalla disumana ripetizione del tutto (famiglia, amici, ragazzo, ragazza, cane, gatto, automobile, albero...) senza rinnegare quel tutto.
Perché abbiamo baciato la ragazza che amiamo, amavamo, ameremo con il senso e la speranza di una promessa che comprende, comprendeva e comprenderà anche questa mattina così uguale alle altre, perché il quadro del cielo che abbiamo scorto dalla nostra finestra ci rimanda e ci domanda anche di lei, oltre a tutto ciò che ci circoscrive.
E poi camminare dentro a quel tutto, assieme a quel tutto; a quei volti ridipinti dello stesso colore in ogni istante del nostro e del loro cammino: la strada, i volti, noi stessi, il cielo che è lo stesso che abbiamo scorto appena svegli e che ci rimanda e ci domanda di lei e del tutto che ci circoscrive.
È il nostro orizzonte, è il cielo del nostro orizzonte che rende viva la nostra vita (famiglia, amici, ragazzo, ragazza, cane, gatto, automobile, albero...). La strada grigia sotto i nostri piedi, il cielo azzurro sopra le nostre teste, l’arcobaleno dell’orizzonte oltre il tutto che ci circoscrive.
Sono tante le cose che danno il tempo - il ritmo - che danno la voglia e fanno sperare; il ritmo delle parole, dei gesti, delle azioni, del nostro studio e del nostro lavoro; il tempo dei nostri incontri, il tempo raccontato dagli scrittori, vissuto dall’arte e nell’arte, rivissuto nel tempo ma fuori dal tempo - nell’eternità -
È questo frammento dell’eternità conficcato nel tempo delle nostre giornate, nel ritmo delle nostre azioni che ci domanda di essere svelato, rivelato, scoperto, fatto; di essere dappertutto, dal ritmo e dal tempo di una poesia al ritmo ed al tempo di una nostra parola che il nostro cuore non vuole finita - nell’eternità -
Avere un orizzonte è la cosa che rende vita la vita; nemmeno la rabbia, il dolore, l’ingiustizia sono fatti per diventare violenza, non possono continuare ad essere violenza. Guardare le persone negli occhi, vedere a fondo, più a fondo possibile, il pezzo di cuore che abbiamo in comune.
E mischiarsi, mischiare tutto - gli occhi fissi negli occhi - da uomo a uomo entrare in confidenza. Vedere, narrare rappresentare, mostrare. E intanto rischiare la rabbia e la voglia di vivere, la povertà e il bisogno di esistere, il dolore e la gioia di esprimersi, fino in fondo, più a fondo possibile, nel pezzo di cuore che abbiamo in comune.
Il dolore rappresentato e vissuto in mille forme ma uniche e nostre, uniche accanto alle altre e nostre perché create da noi nella nostra chiara unicità; il dolore come lavoro nel lavoro dell’arte, della scienza, della politica, del vero. Il dolore nella nostra memoria e nel nostro presente. Il dolore come dono della nostra strada e nella nostra strada.
La gioia rappresentata e vissuta nei nostri occhi, nuda agli occhi degli altri, con la tentazione e la disperazione di rubarla o di esserne derubati, la gioia che ci è stata rivelata nel lavoro dell’arte, della scienza, della politica, del vero. La gioia nella nostra memoria e nel nostro presente. La gioia come dono della nostra strada e nella nostra strada.
La gioia e la speranza anche dove non dovrebbe. I colori, le parole, la musica, tutto. E infine far venire fuori i volti, le persone, la vita vera. Da uomo a uomo mischiarsi, mischiare tutto.
E costruire un pezzo di pace.